27 Maggio 2010
Di: di Massimo Mantovani, sindacalisti VPOD
Uno sguardo fuori dal nostro quotidiano e alcune considerazioni su un paese "diverso". Il primo maggio a Cuba hanno sfilato tra gli altri anche oltre mille sindacalisti di 141 organizzazioni provenienti da 32 paesi. Nel frattempo l'embargo USA continua, ma Cuba va al voto.
Il primo maggio da ormai mezzo secolo è "la festa", il momento dell'orgoglio e dell'unità di un popolo, al di là delle difficoltà e delle ristrettezze causate dall'embargo decretato dagli Stati Uniti ormai mezzo secolo fa. Cuba ha realizzato nel contesto caraibico (vedere Haiti, la Giamaica o Puerto Rico per credere) un piccolo miracolo, ovvero garantire al suo popolo un'aspettativa di vita e una qualità delle cure all'avanguardia. Nessun paese è perfetto e Cuba non fa eccezione; ma nel contesto del continente americano è l'unico paese con un sistema sanitario e una scuola pubblica e gratuita universali. Nessuno muore di fame o vive per strada, contrariamente a quanto avviene nei paesi vicini, Stati Uniti compresi. Per difendere queste conquiste e diffonderle ai paesi dell'America latina è necessaria la solidarietà internazionale e la correttezza dell'informazione. Gli Stati Uniti temono che il "contagio" si diffonda e che altri paesi (dopo Venezuela, Perù, Bolivia, ecc.) seguano l'esempio del popolo cubano. Detto che Cuba non è il paradiso e che tutto è migliorabile, sono comunque inaccettabili le pressioni del potente vicino nord-americano e il suo sostegno a loschi figuri quali Posada Carriles, o a "dissidenti" perseguitati come Yaoni Sanchez. Ricordiamo che in materia di diritti umani (vedi Guantanamo, Iraq, Afganistan, ecc.) gli Stati Uniti non possono dar lezioni a nessuno. Al di là di tutto, lo scorso 27 aprile la commissione elettorale nazionale di Cuba ha reso noto i risultati del primo turno delle elezioni comunali, in cui hanno espresso il loro voto 8.205.994 (94,6%) di affluenza alle urne per scegliere tra candidati vagliati dalle assemblee di base. Se vogliamo criticare i difetti del sistema cubano facciamolo, ma non chiediamo ai cubani di tornare a fare gli schiavi delle multinazionali nord-americane. Ogni paese deve poter scegliere la sua strada e ogni popolo il suo modo di vivere. Pensiamo forse che la nostra civiltà del consumismo sfrenato, degli outlet e della pubblicità sia l'unica via possibile alla felicità? Togliere l'embargo può aiutare Cuba ad aprirsi mantenendo le sue conquiste, e forse anche noi europei potremmo imparare qualcosa, o almeno assumere un diverso punto di vista.











